Circa metà della materia non oscura dell’universo non può essere spiegata solo da stelle e galassie. Gli scienziati affermano che nubi di idrogeno gassoso precedentemente inosservate potrebbero finalmente rivelarla.
La materia mancante dell’universo potrebbe essere stata finalmente trovata. Gli astronomi ritengono che la materia ordinaria – ovvero quella che non è materia oscura – costituisca circa il 15% della massa totale dell’universo. Tuttavia, per anni, i ricercatori non sono riusciti a trovare la metà di quella “ordinaria” nelle stelle, nelle galassie e nelle altre strutture spaziali che possiamo osservare. Ora un team internazionale di ricercatori ha scoperto che l’idrogeno gassoso che circonda la maggior parte delle galassie è molto più esteso di quanto gli scienziati pensassero in precedenza. Al punto che potrebbe rappresentare gran parte della materia mancante dell’universo.
I dettagli del nuovo studio

Per la loro indagine, i ricercatori hanno utilizzato i dati del Dark Energy Spectroscopic Instrument (DESI) in Arizona, nonché quelli dell’Atacama Cosmology Telescope in Cile. Utilizzando le osservazioni DESI, il team ha sovrapposto immagini di circa 7 milioni di galassie per misurare i deboli aloni di idrogeno ionizzato ai bordi delle galassie. Questi aloni sono in genere troppo deboli per essere osservati con i metodi tradizionali. Quindi, il team ha misurato quanto il gas attenuasse o aumentasse la radiazione cosmica di fondo, il cosiddetto eco del Big Bang.
Il ruolo dei buchi neri
La scoperta potrebbe anche cambiare ciò che sappiamo sul comportamento dei buchi neri. In precedenza gli scienziati pensavano che i buchi neri supermassicci al centro della maggior parte delle galassie emettessero solo getti di gas all’inizio del loro ciclo vitale. Ma la presenza di nubi di gas diffuse così estese indica che questi buchi neri probabilmente diventano attivi più frequentemente di quanto si pensasse in precedenza. Il prossimo passo sarà integrare le nuove misurazioni nei modelli cosmologici esistenti.
Per saperne di più:
- Leggi il comunicato stampa dell’Università di Berkeley.
