Una serie di tavolette cuneiformi, conoscenze matematiche che sfidano la nostra comprensione e una misterosa tavoletta perduta: gli astronomi babilonesi conoscevano molti segreti del cielo, alcuni dei quali rimarranno forse celati per sempre.
L’astronomia mesopotamica è una delle più importanti di sempre, che ha fornito una base incredibile per le ricerche e le metodologie successive. Tuttavia delle raffinate conoscenze degli astronomi babilonesi, accompagnate dall’utilizzo di sofisticate tecniche matematiche, oggi non ci restano che alcuni frammenti di tavolette d’argilla. Tavolette incise con la famosissima scrittura cuneiforme, grazie allo sviluppo della quale ci è stato tramandato fino ad oggi, millenni dopo, il modo in cui i popoli mesopotamici osservavano e interpretavano il cielo, le stelle ed i fenomeni celesti.

L’astronomia babilonese, tra dèi e matematica
L’interesse per il cielo stellato e per i moti dei corpi celesti nelle popolazioni mesopotamiche parte, come in tante cosmologie antiche, da idee religiose che potessero spiegare il funzionamento della natura: gli antichi popoli stanziati tra il Tigri e l’Eufrate associavano ai corpi celesti diverse divinità, ognuna con il proprio significato. A partire da queste credenze cominciarono però a svilupparsi metodi e sistemi di calcolo particolarmente raffinati: basti pensare che i Babilonesi cominciarono ad utilizzare, anche per le osservazioni astronomiche, niente meno che il sistema sessagesimale. Affidati a sacerdoti-scribi, i calcoli astronomici vennero così utilizzati riconoscendo per la prima volta la periodicità dei fenomeni celesti.

Le antichissime tavolette: affascinanti registri astronomici
Un’antichissima testimonianza del modo in cui i popoli mesopotamici osservavano il cielo è rappresentata dalla cosiddetta “Tavoletta di Venere di Ammi-saduqa”, un testo cuneiforme su tavoletta d’argilla ritrovata a Ninive. Il suo contenuto è sorprendente: una cronaca di ben 21 anni, durante i quali si registrò probabilmente il movimento di Venere, con alcuni suoi tramonti ed albe. Il testo fa parte di una raccolta più ampia, Enuma Anu Enlil, in cui si registrarono numerosi fenomeni astronomici. Il più famoso esempio di testo mesopotamico in ambito astronomico è però il MUL.APIN, un compendio contenente l’elenco delle costellazioni così come i babilonesi le interpretavano.

MUL.APIN: le costellazioni viste con gli occhi dei babilonesi
La parola “mul” significa “stella“; la parola “apin” sta invece per “aratro“. In sostanza, l’opera ha preso il nome della prima stella che i babilonesi decisero di citare nell’elenco, la “stella dell’Aratro“. Così, per una decisione casuale presa migliaia di anni fa, quest’opera è stata tramandata fino a noi con questo titolo, indicando una stella ben precisa. Il testo era estremamente importante già all’epoca, tanto che ne vennero incise più copie: una sorta di “stampa” antichissima, evidentemente utilizzata per diffondere un’idea culturalmente molto importante. Nel MUL.APIN sono indicate 66 costellazioni, suddivise in tre gruppi definiti “sentieri”: quello di Enlil, contenente le 33 più settentrionali, quello di Ea, con le 15 più meridionali e quello di Anu, con le 23 rimanenti. A tutto questo si aggiunge una seconda tavoletta, che ci ha tramandato i metodi babilonesi per il calcolo dei movimenti di Sole, Luna e pianeti.

Il mistero della terza tavoletta
C’è però un mistero, nelle sorti del MUL.APIN, di cui forse non conosceremo mai gli esiti: a giudicare dal testo, gli scritti dovevano continuare in una terza tavoletta, mai ritrovata. Una lacuna forse significativa, forse un mistero che un giorno verrà risolto. Gli astronomi babilonesi conoscevano molti segreti del cielo, alcuni dei quali rimarranno forse celati per sempre. Quello che sappiamo è che le conoscenze tramandateci da questi popoli sono in grado di sorprendere ancora oggi, e che ogni nuovo elemento potrebbe aggiungere un tassello in più alla nostra conoscenza del loro mondo, del loro pensiero, del loro modo di guardare il cielo. Un cielo distante da millenni, al quale da millenni l’uomo cerca, inevitabilmente, di avvicinarsi. E forse, questo non cambierà mai.
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