Il Congresso USA chiede a NASA di rivalutare il deorbiting della ISS dopo il 2030, aprendo alla possibilità di conservarla in orbita o darle una nuova funzione

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Dopo oltre venticinque anni di attività continua in orbita, la Stazione Spaziale Internazionale si avvicina al suo crepuscolo operativo. Almeno sulla carta. Negli Stati Uniti, infatti, qualcosa si sta muovendo: il Congresso ha recentemente chiesto alla NASA di rivalutare la decisione di deorbitare la ISS nel 2031, aprendo ufficialmente la porta a uno scenario che fino a poco tempo fa sembrava solo teorico.

Come riporta un articolo pubblicato su Ars Technica, un emendamento approvato dalla House Science, Space, and Technology Committee non impone un cambio di rotta immediato, ma obbliga l’agenzia a studiare alternative alla distruzione controllata della stazione, come il suo trasferimento in un’orbita più alta o una forma di conservazione a lungo termine. Il motivo è tanto semplice quanto politico: prima di distruggere un’infrastruttura da oltre 100 miliardi di dollari, costruita e mantenuta da più generazioni di astronauti e ingegneri, vale la pena chiedersi se non esista un modo per darle una seconda vita.

La Stazione Spaziale Internazionale (ISS)

Dietro questa richiesta c’è anche una preoccupazione concreta: le future stazioni commerciali statunitensi non sono ancora pronte, e il rischio di un vuoto operativo in orbita bassa dopo il 2030 è reale. La ISS, pur invecchiata, resta oggi l’unico presidio umano permanente in orbita a garantire una presenza continua ai Paesi occidentali.

La Russia guarda avanti… tornando indietro

Mentre a Washington si discute se salvare o meno la ISS, Mosca, come già riportato in un precedente articolo, ha già scelto una strada sorprendentemente pragmatica. La decisione di costruire la futura Stazione Orbitale Russa (ROS) mantenendo la stessa inclinazione orbitale dell’ISS (51,6°) ha ufficializzato ciò che da tempo si intuiva: la nuova stazione non nascerà da zero, ma dalle viscere stesse della ISS.

I moduli Nauka e Prichal, oggi parte integrante del segmento russo della stazione internazionale, verranno separati e diventeranno il nucleo della ROS. Un’operazione senza precedenti, che trasforma di fatto la ROS in una sorta di ISS 2.0 russa: meno ambiziosa, meno futuristica, ma concretamente realizzabile.

La scelta dell’orbita ISS consente alla Russia di continuare a usare Soyuz e Progress da Baikonur, evitando salti tecnologici che oggi non può permettersi. È una strategia di sopravvivenza più che di espansione, ma proprio per questo estremamente russa: resiliente, adattiva, capace di riutilizzare il passato per costruire il futuro.

Due destini che restano intrecciati

È difficile non notare come i destini di ISS e ROS continuino a sfiorarsi.
Da un lato, gli Stati Uniti riflettono se sia davvero necessario “far sparire” la stazione; dall’altro, la Russia ne smonta fisicamente una parte per costruire la propria erede. Entrambe le scelte parlano la stessa lingua: quella della continuità. La ISS non è più solo un laboratorio scientifico. È diventata un’infrastruttura storica, diplomatica, simbolica. Un oggetto orbitante che racconta un’epoca in cui la cooperazione internazionale nello spazio non era uno slogan, ma una necessità quotidiana. Ed è proprio qui che riaffiora una proposta tanto visionaria quanto romantica.

Una stazione che non muore: la ISS come museo orbitale

Negli anni, astronauti e cosmonauti hanno più volte accennato a un’idea affascinante: non distruggere la ISS, ma conservarla. Paolo Nespoli e Sergej Krikalev, entrambi profondamente legati alla stazione, hanno evocato in passato la possibilità di trasformarla in una sorta di museo orbitale, un monumento permanente alla prima vera “casa dell’umanità nello spazio”.

L’immagine è potente. Invece di un rientro infuocato sopra l’oceano Pacifico, la ISS potrebbe essere spinta in un’orbita più alta, silenziosa, definitiva. Non più abitata, ma ancora presente.
Una cattedrale tecnologica nel vuoto, visitabile forse un giorno da astronauti, ricercatori o turisti spaziali, testimone fisica di un’epoca irripetibile.

Sarebbe un finale diverso dal solito

Non la distruzione come atto di chiusura, ma la memoria come atto di maturità. Perché la ISS non è soltanto ciò che ha prodotto in termini di dati scientifici, ma ciò che ha rappresentato: un luogo dove, per oltre vent’anni, americani, russi, europei, giapponesi e canadesi hanno condiviso lo stesso spazio vitale a 400 chilometri dalla Terra.

Forse non accadrà mai.

Forse la ISS finirà davvero la sua corsa tra le fiamme, come tante altre stazioni prima di lei. Ma il solo fatto che oggi, nei parlamenti e nelle agenzie spaziali, si discuta se valga la pena salvarla, dice molto di quanto sia diventata qualcosa di più di un semplice oggetto orbitale.Se un giorno, guardando il cielo, sapremo che lassù esiste ancora una vecchia stazione silenziosa, custode della nostra prima lunga permanenza nello spazio, allora la ISS non avrà solo fatto la storia. Sarà diventata storia.