Un fisico nucleare del MIT propone di sfruttare le fasce di Van Allen per scovare armi nucleari nascoste in orbita, sfruttando protoni ad alta energia e spallazione neutronica.
Attorno al nostro pianeta esiste una delle strutture più curiose dell’ambiente spaziale: le fasce di Van Allen, enormi anelli di particelle cariche ad altissima energia intrappolate dal campo magnetico terrestre, alcune accelerate quasi alla velocità della luce. Di solito questi flussi di particelle sono visti come un pericolo, un ostacolo di cui satelliti e missioni umane devono tenere conto nella progettazione. Secondo il fisico nucleare Areg Danagoulian del MIT, questa “minaccia” potrebbe trasformarsi in un alleato prezioso per la sicurezza internazionale.
L’intuizione: protoni contro uranio
Studiando la letteratura sull’ambiente radiativo spaziale, Danagoulian si è imbattuto nelle popolazioni di protoni intrappolati già documentate da diversi studi precedenti. È stato in quel momento che l’idea ha preso forma, collegando due concetti: i protoni ad alta energia e un fenomeno chiamato “spallazione nucleare” sull’uranio.
Il problema irrisolto del Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico
Nel 1967 le potenze mondiali firmarono il Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico, impegnandosi a non collocare armi nucleari in orbita. Il problema è che, ad oggi, non esiste un metodo pratico per verificare che l’accordo venga effettivamente rispettato: senza controlli concreti, anche un trattato internazionale rischia di ridursi a una semplice promessa sulla fiducia.
Come funzionerebbe il rilevamento
L’idea nasce dall’incontro tra due filoni di ricerca del 2024: uno studente di Danagoulian stava analizzando la spallazione neutronica, il processo per cui particelle ad alta energia espellono neutroni dai nuclei atomici, mentre alcuni colleghi discutevano del rischio di satelliti russi dotati di ordigni nucleari. Il meccanismo proposto è semplice nella teoria: quando un satellite che trasporta un’arma termonucleare attraversa le fasce interne di Van Allen, i protoni presenti colpiscono i nuclei di uranio, liberando neutroni. Un rilevatore di neutroni opportunamente progettato potrebbe individuare queste emissioni anomale come segnale rivelatore della presenza di uranio a bordo.
Le sfide tecniche
Lo studio di Danagoulian è per ora una verifica di fattibilità: non dimostra un sistema funzionante, ma sostiene che la fisica alla base sia solida e che le tecnologie necessarie esistano già, dato che la spallazione neutronica viene usata regolarmente negli acceleratori di particelle. Applicarla nello spazio, però, comporta enormi complessità ingegneristiche: bisognerebbe distinguere i neutroni generati dal satellite bersaglio da un mare di altre particelle, incluse quelle provenienti dalla Terra, e posizionare il rilevatore nell’orbita e nel momento esatti. Come sintetizza lo stesso ricercatore, si tratta di una combinazione di fisica nucleare, meteorologia spaziale e meccanica orbitale.
Il muro della segretezza
Oltre alle difficoltà tecniche, Danagoulian ha incontrato un ostacolo inatteso: la reticenza a discutere apertamente l’argomento, anche tra colleghi abituati a temi sensibili come il controllo degli armamenti e la non proliferazione. Su questo specifico progetto, ha ammesso, la segretezza è totale.

Uno sguardo al futuro
Nonostante gli ostacoli, il team del MIT continua a lavorare per perfezionare il concetto, con l’auspicio che altri scienziati contribuiscano a trasformarlo in un sistema pratico. L’obiettivo finale sarebbe dotare le nazioni spaziali di satelliti ispettori capaci di verificare il rispetto del trattato, tramite ispezioni cooperative o monitoraggio indipendente, un passo che Danagoulian considera cruciale quanto la nascita di Starlink per garantire la sicurezza nello spazio.
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