Chi nasce su Marte con gravità parziale e isolamento permanente diventa biologicamente qualcosa d’altro. Stiamo discutendo dove andare senza chiederci chi arriva.
Il dibattito sulla colonizzazione di Marte ruota quasi interamente attorno alle sfide tecniche della traversata e della sopravvivenza sul pianeta. Sono domande legittime, e gli ingegneri ci lavorano da decenni ma, come spesso accade, c’è una domanda che ancora non ci poniamo, la cui risposta potrebbe non piacerci. La gravità su Marte è il 38% di quella terrestre.
Sappiamo già cosa fa una gravità ridotta al corpo umano perché lo studiamo da quando esistono le stazioni spaziali: gli astronauti che trascorrono 6 mesi sulla Stazione Spaziale Internazionale in microgravità perdono quantità significative di massa ossea, e secondo i dati del NASA Human Research Program meno della metà la recupera completamente nei 12 mesi successivi al rientro sulla Terra.

Su Marte la gravità è più alta che sulla ISS, ma secondo i ricercatori non abbastanza da prevenire la degenerazione progressiva a lungo termine. I dati disponibili coprono al massimo missioni di un anno, ma una colonia permanente si misura in generazioni.
Quello che il corpo diventerebbe
Un essere umano che cresce dall’infanzia in un campo gravitazionale pari al 38% di quello terrestre sviluppa un corpo calibrato su quella gravità, con una struttura corporea adattata a condizioni che sulla Terra sarebbero del tutto insufficienti a sostenere lo stesso carico. Quel corpo funziona perfettamente su Marte, ma sulla Terra collasserebbe sotto una gravità quasi 3 volte superiore. Le prime generazioni nate su Marte non potrebbero tornare sul pianeta di origine dei loro genitori, questo a causa del processo ordinario con cui ogni organismo cresce adattandosi all’ambiente in cui vive.
Chi decide per chi nasce dopo?

La prima generazione che parte sceglie, quelle successive che nascono su Marte no. Crescerebbero in un habitat sigillato, con una comunicazione verso la Terra che impiega fino a 20 minuti per lato e biologicamente incapace di tornare al pianeta che ha deciso per loro prima ancora che nascessero. Il dibattito sulla colonizzazione di Marte tratta questa generazione come qualcosa che si sistemerà strada facendo. È una posizione che ha senso solo se si decide che il diritto di chi viene dopo conta meno dell’ambizione di chi parte prima. Quella decisione nessuno l’ha ancora presa esplicitamente, stiamo però continuando ad agire come se fosse già stata presa, ma delle volte, davanti a delle vite, bisogna prima porsi delle domande in più.
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