Dalla scala di Kardašëv alla sfida del nostro secolo: capire il passaggio al Tipo I significa capire se sopravviveremo al nostro stesso progresso.

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Se l’universo è così vasto, pieno di miliardi di pianeti, perché è così silenzioso? Dove sono tutti? Questa domanda, nota come Paradosso di Fermi, tormenta gli astronomi da decenni. Nel 1964, l’astrofisico sovietico Nikolai Kardašëv propose una risposta rivoluzionaria. Forse, suggerì, stiamo cercando nel modo sbagliato. Invece di origliare segnali radio, dovremmo cercare i segni di un’ingegneria su vasta scala. Non dovremmo cercare le loro parole, ma la loro energia. Per trovarli, Kardašëv creò una classifica, una scala che misura non l’intelligenza o la moralità, ma qualcosa di molto più fondamentale: l’energia che una civiltà è in grado di controllare.

Cos’è la scala Kardašëv?

Prima di capire dove siamo, dobbiamo capire come si misura il progresso di una civiltà. La Scala Kardašëv classifica le civiltà in base alla loro capacità di sfruttare e controllare le fonti energetiche. È una misura di pura potenza tecnologica.

Tipo I: i padroni del pianeta

Una civiltà di Tipo I controlla l’energia del suo pianeta. Questo offre la capacità di modificare il clima su larga scala e sfruttare risorse energetiche globali, come la fusione nucleare. È importante notare che questo non elimina automaticamente i rischi politici o tecnologici interni alla civiltà stessa.

Tipo II: sfruttare l’energia stellare

Una civiltà di Tipo II sarebbe in grado di catturare la maggior parte dell’energia emessa dalla sua stella. Le proposte teoriche più ragionevoli, avanzate dal fisico Freeman Dyson nel 1960, non parlano di gusci solidi, ma di “sciami” (Dyson Swarms) di miliardi di pannelli solari e strutture distribuite attorno alla stella. Questi oggetti, riscaldati dalla stella, emetterebbero una grande quantità di radiazione infrarossa: proprio la “firma” (technosignature) che i progetti di ricerca cercano nel cielo.

Tipo III: il dominio galattico

Una civiltà di Tipo III è quasi inimmaginabile. Avrebbe accesso e controllo sull’energia della sua intera galassia, forse sfruttando l’energia di miliardi di stelle o quella del buco nero supermassiccio centrale.

Quanto manca perché l’umanità diventi una civiltà di Tipo I sulla scala si Kardašev?
Credit: Jim Baird, Energycentral.com

E noi? A che punto siamo?

La risposta è semplice: siamo ancora una civiltà di Tipo 0. E la verità è che non siamo nemmeno vicini. Il celebre astronomo Carl Sagan, nel 1973, propose una formula per stimare la nostra posizione in questa scala, calcolando che l’umanità fosse, all’epoca, a circa 0.7. Le stime moderne ci collocano attorno allo 0.72–0.73, a seconda dei criteri. La sostanza, però, non cambia.

Per dare un ordine di grandezza: una civiltà di Tipo I gestisce circa 10¹⁶ Watt (l’intera energia solare che colpisce la Terra). L’umanità oggi, come intero pianeta, consuma circa 2×10¹³ Watt. Dipendiamo ancora in gran parte da combustibili fossili e non abbiamo il controllo coordinato delle risorse energetiche del nostro pianeta.

Come si cerca davvero una civiltà più avanzata?

Se esistono civiltà di Tipo II, dovremmo essere in grado di rilevarle. Come spiegato da Dyson, le leggi della termodinamica impongono che qualsiasi processo energetico produca calore di scarto. Una megastruttura che assorbe luce stellare si scalderebbe e irradierebbe quel calore come luce infrarossa. Per distinguere processi naturali da tecnologia avanzata, gli astronomi analizzano lo spettro IR: una civiltà intelligente lascerebbe firme termiche diverse da quelle prodotte da polveri o gas.

Questa ricerca di “tecno-firme” è attiva. Progetti come Breakthrough Listen e studi specifici guidati da astronomi come Jason Wright (Penn State) usano dati dai telescopi spaziali a infrarossi, come WISE e Spitzer, per cercare anomalie termiche: stelle che emettono troppo calore inspiegabile.

Tabby’s Star rimane un caso noto: le sue strane fluttuazioni di luce sono oggi spiegate plausibilmente con nubi di polvere e detriti, ma il fenomeno è servito come un perfetto banco di prova per le tecniche che cercano proprio questo tipo di calore residuo.

Quanto manca perché l’umanità diventi una civiltà di Tipo I sulla scala si Kardašëv?
La stella di Tabby (illustrazione). Crediti: NASA/JPL-Caltech

L’ostacolo finale: stiamo davvero affrontando il Grande Filtro?

Perché il cielo è così silenzioso? L’ipotesi del “Grande Filtro“, formulata dall’economista Robin Hanson, suggerisce che esista un ostacolo evolutivo o tecnologico quasi insormontabile che impedisce alla vita di raggiungere i livelli superiori della scala. Molti scienziati si chiedono se il Grande Filtro sia proprio il passaggio da Tipo 0 a Tipo I. È la prova di maturità: una civiltà scopre tecnologie potentissime (come l’energia nucleare o l’ingegneria climatica) prima di avere la stabilità sociale e politica per gestirle.

La fisica non esclude la possibilità di raggiungere il Tipo I: i principi energetici sono chiari. La domanda è piuttosto se noi, come specie, possiamo sviluppare e gestire tale potenza senza collassare per ragioni non tecniche, come guerre o un collasso climatico irreversibile. Il passaggio al Tipo I non è un traguardo tecnologico: potrebbe essere invece un esame di maturità collettiva. Potrebbe essere il momento in cui decideremo se la nostra storia continua… oppure si interrompe prima ancora di iniziare.