Il cambiamento climatico è allarmante ma alcuni dati mostrano anche possibili rallentamenti: secondo un nuovo studio la CO2 ridurrebbe la traspirazione dell’acqua dalle piante e l’evaporazione dal suolo, ma alcune zone del Pianeta sono destinate all’aridità.
Un nuovo studio pubblicato su Environmental Research Letters mostra le due facce del preoccupante clima dei nostri tempi: viviamo su un Pianeta verde e lo stiamo inaridendo, la percentuale di zone desertiche e semidesertiche è destinata a salire. Se da un lato viviamo ogni giorno i devastanti effetti del cambiamento climatico, dall’altra nuove analisi mostrano che la velocità dell’aumento delle zone aride potrebbe essere inferiore a ciò che si era stimato, migliorando le previsioni future, ma senza farci abbassare la guardia.

Aridità, nuovi fattori da considerare
Le nuove analisi, guidate da Yifei Cai, giungono dall’Accademia Cinese di Scienze Forestali e si concentrano sugli effetti, solitamente trascurati, che l’anidride carbonica ha sull’ambiente passando direttamente per le piante e il suolo. Si analizza, in particolare, l’evapotraspirazione potenziale: si tratta della massima quantità d’acqua che, dal suolo, può passare all’atmosfera evaporando o attraverso la traspirazione delle piante. I modelli climatici utilizzati fino ad ora non hanno mai analizzato gli effetti che la presenza di anidride carbonica nell’atmosfera ha su questo fenomeno: sembrerebbe che essa abbia un effetto frenante, contribuendo a rallentare l’aumento del tasso di aridità del Pianeta rispetto a quanto previsto. Tuttavia, bisogna fare attenzione: non bisogna infatti confondere questo rallentamento con un’inversione del fenomeno. La Terra è sempre più soggetta ai cambiamenti climatici e le zone aride sono destinate ad aumentare.

Lo scenario entro il 2100
I nuovi studi si concentrano sull’analisi, dunque, delle attuali condizioni delle varie zone della Terra per stabilire con rinnovata precisione quali saranno più soggette a divenire sempre più aride. Quello che emerge è uno scenario a cui siamo tristemente abituati, un aumento dell’aridità a scapito di alcuni territori più che di altri. Secondo le analisi, entro il 2100 le zone aride saranno il 40,28% della superficie del globo. Bisogna sottolineare che, al momento, le zone aride sul nostro pianeta sono il 38,58% della superficie; il fatto che l’aumento interessi “appena” il 2% in più, non deve tuttavia farci abbassare la guardia: rischiamo concretamente di perdere enormi aree importantissime, ricchissime dal punto di vista naturalistico e fondamentali per gli ecosistemi e per il nostro stesso sostentamento. Tuttavia, l’adozione di nuove tecniche e di modelli predittivi più avanzati ci consente di calcolare questo aumento con una maggiore precisione, affinando per quanto possibile le stime dei risultati; quello che è stato ottenuto, quindi, è uno scenario leggermente più ottimista del previsto.
Le zone più colpite
Ma quali aree del nostro splendido pianeta subiranno maggiormente i danni? Si stima che le zone più colpite saranno quelle del Brasile, del Nord Africa e dell’Australia; in quest’ultima, in particolare, si prevede addirittura che zone al momento soggette a criticità per l’umidità diventeranno zone critiche per l’aridità. Si tratterebbe di un cambiamento drastico, deleterio per l’ambiente: passare rapidamente dall’essere un territorio molto umido all’essere una zona particolarmente arida metterebbe a rischio l’ecosistema e l’economia. I nuovi studi si propongono di essere, contestualmente, un supporto alla gestione di queste situazioni: conoscere con maggiore precisione quali aree sono maggiormente a rischio può diventare un vantaggio per prevenire, oltre che per gestire in maniera locale e globale i cambiamenti. Ma, soprattutto, ciò che deve interessarci è che noi stessi abbiamo nelle mani il Pianeta, e dobbiamo preoccuparci che la bellezza di queste zone non scompaia.

Un solo Pianeta
Gli effetti dell’aridità sono quotidianamente visibili anche vicino a noi; studi sempre più accurati rendono sempre più prevedibile dove questi fenomeni saranno più aggressivi, e questa è una notizia positiva. I processi che influenzano l’aumento dell’aridità sono molteplici, e lo scenario che si prospetta resta complesso da prevedere esattamente: tanti fattori, come l’azione dei processi idrologici, il fattore umano e l’uso del suolo, devono ancora essere integrati nei modelli. E in queste variabili l’essere umano è compreso, non spettatore. Citando Victor Glover, pilota della missione Artemis II, “in questo grande nulla che chiamiamo universo avete questa oasi, questo luogo meraviglioso in cui possiamo vivere insieme“.
Insieme, prendiamocene cura.

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