La relatività, l’universo a blocchi e il tempo emergente spiegano perché l’universo evolve senza urgenza, mentre noi viviamo sotto una pressione che la fisica non giustifica
C’è un dettaglio della teoria della relatività di Einstein che raramente viene raccontato nelle scuole, forse perché troppo destabilizzante per essere compreso e digerito insieme alle equazioni: il tempo non scorre uguale per tutti. Un orologio in cima a una montagna va leggermente più veloce di uno in città, perché la gravità è un po’ più debole lassù, mentre un orologio su un aereo in volo va a un ritmo diverso da uno a terra. Gli orologi del sistema GPS devono essere di continuo corretti per tenere conto di questi scostamenti, altrimenti i navigatori satellitari accumulerebbero errori di chilometri ogni giorno. Il tempo, insomma, è elastico e dipendente dal contesto fisico in cui ti trovi.

Il blocco che non scorre
La relatività porta a una conseguenza ancora più drastica, quella che i fisici chiamano “block universe” (o universo a blocco). Nella relatività speciale, la simultaneità dipende dall’osservatore: due eventi che per me accadono nello stesso momento, per qualcuno che si muove a velocità diversa dalla mia non sono simultanei. Non esiste quindi un “adesso” universale condiviso da tutto l’universo.

La conseguenza logica, sviluppata da Hermann Minkowski nel 1908 ma mai seriamente dimostrata, è che passato, presente e futuro coesistono tutti nella struttura dello spazio-tempo. Il tempo che «scorre» è la nostra esperienza soggettiva di muoverci attraverso questa struttura, come uno sguardo che scorre lungo le pagine di un libro, non il libro che si scrive da solo mentre lo leggiamo (come spesso si crede quando si parla di tempo).
La freccia del tempo
Carlo Rovelli, nel suo lavoro sulla gravità quantistica a loop e nel libro “L’ordine del tempo”, sostiene che il tempo non sia un ingrediente fondamentale della fisica, ma una proprietà emergente, qualcosa che appare quando si guarda il mondo a una certa scala, esattamente come la temperatura appare quando si guardano miliardi di molecole in movimento, o come con gli atomi quando ne osserviamo a miliardi. A scala fondamentale quindi, le equazioni della fisica non distinguono nemmeno il passato dal futuro: la freccia del tempo emerge dall’aumento dell’entropia, ovvero dalla tendenza dei sistemi chiusi a disordinarsi. Quello che la fisica dice è che l’urgenza non è scritta nelle leggi fondamentali del cosmo, che sono simmetriche rispetto al tempo e non privilegiano nessun momento rispetto a un altro. Siamo noi, con i nostri cervelli calibrati per sopravvivere ad aver costruito quella pressione.
Quindi cosa fare con questa informazione?

Probabilmente niente di rivoluzionario. La fisica non ci libera dall’ansia da futuro, e sapere che il tempo è emergente non renderebbe più facile rispettare una scadenza. Ma c’è qualcosa di utile nel ricordare, ogni tanto, che l’urgenza con cui viviamo è una semplice nostra costruzione e, come tutte le costruzioni, si può ogni tanto rimettere in discussione.
Fonti consultate:
