Radiazioni cosmiche e danni ereditari alle cellule germinali: il turismo spaziale cresce, ma ancora non esistono protocolli per proteggere la fertilità dei passeggeri e prevenire rischi genetici futuri.

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Ad oggi, oltre 120 civili hanno varcato i confini dell’atmosfera terrestre. Prima di salire a bordo, hanno firmato varie liberatorie, accettando il rischio di esplosioni, decompressione o malfunzionamenti. Eppure, in quei contratti manca una clausola fondamentale: nessuno di loro ha dovuto firmare un documento che parlasse della propria fertilità futura, e nemmeno della salute dei figli che potrebbero concepire al ritorno.

È questo il paradosso sollevato da un team di nove scienziati, guidato dall’embriologo Giles Palmer, dell’Università di Leeds, in uno studio pubblicato su Reproductive BioMedicine Online. L’ingegneria aerospaziale corre, eppure la biomedicina tace. Ad oggi, si è creata una zona d’ombra dove il progresso tecnologico si è distanziato dalle tutele biologiche.

Un vuoto giuridico che va dal 1967 ad oggi

Il problema tocca direttamente le corde più sensibili del diritto internazionale. Il Trattato sullo Spazio Extra-Atmosferico del 1967 (Outer Space Treaty), stabilisce i principi generali dell’esplorazione, ma fu scritto in un’epoca in cui lo spazio era puro monopolio degli Stati, non delle aziende miliardarie quotate in borsa.

Oggi la situazione appare totalmente frammentata, con la NASA che impone ai suoi astronauti limiti severi, vietando il volo in gravidanza e monitorando l’esposizione con soglie diversificate per uomini e donne, e col settore commerciale che invece opera ancora in un quadro normativo confuso e incompleto.

Lo studio denuncia l’assenza di standard condivisi per i privati. Ad oggi, cercando tra i vari documenti online, risulta che né l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) né l’ASI hanno pubblicato protocolli dedicati alla fertilità nei voli turistici. Se l’ESA dispone di regole molto rigide per i professionisti (come la NASA), l’Unione Europea non ha ancora una normativa per i passeggeri paganti (i “turisti spaziali”), lasciando la responsabilità ai singoli Stati e, soprattutto, alle clausole dei contratti privati.

Radiazioni cosmiche e fertilità: il nodo irrisolto del turismo spaziale
Radiazioni cosmiche nello spazio: confronto tra esposizione fuori dall’atmosfera e sulla Terra, con aree del corpo umano più vulnerabili. I raggi cosmici e le particelle solari ad alta energia penetrano senza lo scudo naturale del campo magnetico terrestre. (© ESA / ESA Standard Licence)

​12 anni di radiazioni in un solo viaggio

​Per comprendere il perché dell’allarme degli scienziati, serve utilizzare i dati concreti (prontamente pubblicati dallo studio). Il nemico invisibile sono i raggi cosmici galattici (GCR) e gli ioni pesanti, particelle che nello spazio profondo agiscono come proiettili microscopici sul nostro DNA.

Sulla Terra, un cittadino medio assorbe circa 2 millisievert (mSv) di radiazioni naturali all’anno. Un lavoratore esposto (ad esempio un tecnico nucleare) ha un limite di legge spesso fissato a 50 mSv annui (che non sappiamo quanto venga rispettato). Una missione di andata e ritorno per Marte comporterebbe addirittura un’esposizione totale di circa 600 mSv.

Significa che un viaggiatore spaziale assorbirebbe, in una singola missione, una dose pari a quella che un tecnico nucleare accumulerebbe lavorando al limite massimo consentito per 12 anni consecutivi.

Se per un volo suborbitale di pochi minuti l’impatto è minimo, per le future stazioni spaziali commerciali l’esposizione prolungata rischia di causare rotture del DNA nelle cellule germinali. A differenza delle cellule del resto del corpo, un danno a spermatozoi e ovociti diventa ereditario, trasmettendosi ai propri figli. La preoccupazione è quindi ben motivata.

Radiazioni cosmiche e fertilità: il nodo irrisolto del turismo spaziale
Infografica ESA sui rischi delle radiazioni: le radiazioni cosmiche e quelle solari rappresentano una minaccia invisibile per gli astronauti e per la salute umana durante le missioni spaziali di lunga durata. (© ESA / ESA Standard Licence)

Una bomba ad orologeria assicurativa

Gli autori dello studio invitano però alla cautela, ricordando che molti dati provengono da modelli animali e che il corpo umano ha capacità di riparazione ancora da comprendere e mappare nello spazio. Nonostante la cautela, suggeriscono la crioconservazione preventiva dei gameti come unica “polizza biologica” oggi disponibile.

Ma qui emerge un punto critico fino ad ora ignorato: se un turista spaziale concepisse un figlio con patologie genetiche cinque anni dopo il viaggio, chi pagherebbe i danni? Senza una normativa che definisca questo aspetto, ci troviamo di fronte a un potenziale contenzioso legale, ipoteticamente, molto simile a quelli visti in passato per l’amianto o per il tabacco, ma proiettato fuori dalla nostra atmosfera.

Per saperne di più:

Reproductive biomedicine in space: implications for gametogenesis, fertility and ethical considerations in the era of commercial spaceflight