La famiglia di composti organici trovati da Curiosity su Marte, si prepara ad accogliere altri nuovi componenti scoperti dal rover grazie alla “chimica umida”

Sin dal suo arrivo nel cratere Gale di Marte, il rover Curiosity ha avuto un solo grande obiettivo: svelare i segreti che si celano sotto il paesaggio desolato del pianeta rosso. I risultati, fino ad oggi, non sono certo mancati: dalla conferma della presenza di metano al ritrovamento di sostanze organiche come i tiofeni (composti chimici formati da carbonio e zolfo). Ora, il rover targato NASA mette a segno l’ennesimo “tiro da tre punti” trovando, con una tecnica mai sperimentata prima, due nuovi composti di derivazione organiza: l’ammoniaca e l’acido benzoico. Ma per meglio capire come e quando sono state “scovate” da Curiosity è necessario fare un passo indietro.

Il lavoro di Curiosity su Marte
Il lavoro di Curiosity su Marte. Credit: NASA/JPL-Caltech/MSSS

Come lavora Curiosity?

Il ritrovamento di molecole organiche su Marte non è certo una novità, i tiofeni, di cui sopra, ne sono un chiaro esempio. Fino a oggi, però, le tecniche impiegate per portarle allo scoperto sono state principalmente due: la pirolisi e la GCMS (Gas-cromatografia-spettrometro di massa). Nella prima le alte temperature (850°C) e l’assenza di ossigeno scindono i legami chimici delle molecole, formando composti di derivazione più semplici e la seconda identifica i gas derivati da questo processo. Ma SAM (Sample Analysis at Mars), il piccolo laboratorio di analisi di Curiosity, ha anche altri assi nella manica, fra cui la possibilità di realizzare esperimenti in “chimica umida”, basati sull’impiego di specifiche sostanze miscelate fra loro e utilizzate come solventi.  Ebbene, un team di ricercatori della NASA guidato da Maëva Millan, ha deciso di sporcarsi le mani, o forse in questo caso dovremmo dire “bagnarsi”, e provare ad utilizzare questo metodo per scovare eventuali biofirme.

Il laboratorio SAM a bordo di Curiosity .Credit: NASA

La generosità del fato

Come riportato dagli stessi autori dell’articolo, pubblicato sulla rivista Nature Astronomy, una piccola dose di fortuna o, a essere più precisi, di sfortuna nella fortuna ha contribuito. Durante il giorno marziano Sol 1909, infatti, il trapano del rover era fuori uso, così il team ha approfittato della pausa per testare la nuova tecnica per la ricerca di molecole complesse come gli amminoacidi, le unità di base delle proteine.

I risultati

I risultati ottenuti non hanno prodotto l’esito sperato: nessun amminoacido o suo derivato è stato rilevato. L’esperimento, tuttavia, non va considerato come un fallimento, quanto piuttosto come un grandissimo successo. Questo perché, come ribadito dallo stesso gruppo di ricercatori, non solo il test effettuato ha permesso di scoprire la presenza di due composti finora mai rilevati su Marte, ma anche perché dimostra l’efficacia della metodica. In altre parole, il metodo funziona e se gli amminoacidi non sono stati trovati, i motivi possono essere solo due: o non ci sono oppure bisogna cercarli un po’ più in là. La ricerca sul pianeta rosso non si pone limiti, specie quando si parla di astrobiologia e ogni nuovo piccolo successo ci porta sempre più vicini a rispondere alla grande domanda: “C’è o c’è stata vita su Marte?

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