Un recente studio ha rivelato nuovi dettagli sull’atmosfera di Caronte, la luna più grande di Plutone.

Advertisement

Un recente studio condotto dagli scienziati del Southwest Research Institute di Boulder, in Colorado, ha rivelato nuovi dettagli sull’atmosfera di Caronte, la luna più grande di Plutone. Pubblicata sulla rivista Nature Communications, la ricerca, guidata da Silvia Protopapa, ha utilizzato i dati del James Webb Space Telescope (JWST) per analizzare la composizione chimica e i processi che interessano la superficie di Caronte.

La scoperta più importante riguarda la presenza di due composti chiave: anidride carbonica (CO2) e perossido di idrogeno (H2O2). Questi elementi, mai osservati prima in modo così dettagliato, potrebbero fornire nuovi indizi per comprendere l’origine e l’evoluzione dei corpi ghiacciati del Sistema Solare esterno.

Caronte, la luna più grande di Plutone

Caronte
Caronte, la luna più grande di Plutone, fotografata dalla sonda New Horizons nel 2015. Crediti: NASA

Caronte, scoperta nel 1978, è stata oggetto di numerose ricerche nel corso degli anni. I dati disponibili fino ad oggi, però, erano limitati a lunghezze d’onda inferiori a 2,5 micrometri. Questo nuovo studio, invece, ha sfruttato lo spettrografo Near-Infrared del telescopio spaziale James Webb per osservare la luna a lunghezze d’onda comprese tra 1,0 e 5,2 micrometri, aprendo nuove prospettive sulla sua composizione superficiale.

L’ipotesi degli scienziati

I ricercatori hanno condotto quattro osservazioni distinte, tutte confermando la presenza di CO2 e H2O2. L’ipotesi degli scienziati è che il perossido di idrogeno sia il risultato dell’elaborazione del ghiaccio d’acqua sulla superficie di Caronte, causata dall’irradiazione e dalla luce solare. Per quanto riguarda l’anidride carbonica, potrebbe derivare da serbatoi sotterranei presenti nel corpo celeste che orbita attorno a Plutone.

Cosa dobbiamo aspettarci in futuro

Questi risultati offrono una visione più approfondita sulle dinamiche e sui processi chimici che modellano la superficie dei corpi celesti del Sistema solare esterno. Gli autori dello studio sperano che queste scoperte possano rappresentare un punto di partenza per future analisi e approfondimenti sulle interazioni tra le radiazioni solari e le composizioni superficiali di queste lontane lune ghiacciate.

Per saperne di più