Le tute pressurizzate sviluppate per la missione Artemis II presentano una colorazione arancione ad alta visibilità per ragioni funzionali legate alla sicurezza operativa.

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Il colore arancione — comunemente definito International Orange — è stato adottato per massimizzare la rilevabilità visiva degli astronauti in condizioni di emergenza, specialmente durante le fasi di lancio e rientro atmosferico di Artemis II. In tali contesti, la possibilità di localizzare rapidamente il personale in ambienti complessi (ad esempio oceano, vegetazione o scenari a bassa visibilità) rappresenta un requisito critico per le operazioni di recupero.

Al contrario, le tute bianche impiegate nelle attività extraveicolari (EVA) sono progettate per ottimizzare la riflessione della radiazione solare, riducendo l’assorbimento termico e contribuendo al controllo della temperatura corporea in ambiente spaziale. Inoltre, il colore bianco facilita l’individuazione di contaminanti o danni superficiali sulla tuta.

Pertanto, la differenza cromatica tra le due tipologie di tute risponde a specifiche esigenze ingegneristiche e operative: visibilità e sicurezza durante le fasi dinamiche della missione per le tute arancioni, e gestione termica e funzionalità durante le attività extraveicolari per quelle bianche.

Artemis II Luna
L’equipaggio

Missione Artemis II: le tute di colore arancione

Le tute arancioni indossate dagli astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen durante la missione Artemis II rappresentano una scelta progettuale funzionale, non estetica. Nell’immaginario collettivo, fortemente influenzato dalle missioni del programma Apollo program, dalle attività extraveicolari sulla International Space Station e dalla rappresentazione cinematografica, le tute spaziali sono comunemente associate al colore bianco. Tuttavia, l’impiego del colore arancione ha una precisa giustificazione ingegneristica.

Durante le fasi di lancio e rientro, gli astronauti utilizzano tute pressurizzate di emergenza ad alta visibilità, come quelle sviluppate per lo Space Shuttle program. Il colore arancione, infatti, massimizza la rilevabilità visiva in scenari critici, come un ammaraggio o un atterraggio d’emergenza, facilitando le operazioni di ricerca e soccorso.

Al contrario, le tute utilizzate per le attività extraveicolari (EVA) sono prevalentemente bianche per ragioni termiche e radiative. Il bianco riflette la maggior parte della radiazione solare incidente, riducendo l’assorbimento di calore e contribuendo al mantenimento dell’equilibrio termico dell’astronauta in un ambiente privo di atmosfera, dove i meccanismi di dissipazione del calore sono limitati. Inoltre, il colore chiaro migliora la visibilità rispetto allo sfondo scuro dello spazio, aumentando la sicurezza operativa.

La differenza cromatica delle tute spaziali deriva da requisiti funzionali distinti: alta visibilità per situazioni di emergenza in ambiente terrestre e controllo termico per operazioni nello spazio.

tute arancioni equipaggio Artemis II
Le tute arancioni di Artemis II. Credit: NASA/Joel Kowsky

Tuta spaziale: come è realizzata?

La tuta spaziale impiegata nella missione Artemis II rappresenta un’evoluzione avanzata dei sistemi di supporto vitale sviluppati per il programma Space Shuttle, integrando soluzioni tecnologiche migliorate in termini di sicurezza, ergonomia e autonomia operativa.

Ogni unità è progettata su misura per il singolo astronauta, al fine di ottimizzare comfort, mobilità e prestazioni durante tutte le fasi della missione. Il casco, alleggerito rispetto alle versioni precedenti, incorpora un sistema di comunicazione indipendente da quello del veicolo spaziale, aumentando la ridondanza e l’affidabilità delle comunicazioni. Dal punto di vista funzionale, la tuta costituisce un sistema pressurizzato che mantiene condizioni ambientali compatibili con la vita umana. La struttura è progettata per evitare l’irrigidimento tipico dei sistemi pressurizzati, consentendo un’adeguata mobilità articolare grazie a giunti e materiali avanzati.

Il sistema include un circuito di supporto vitale che provvede al riciclo dell’aria, con rimozione attiva dell’anidride carbonica (CO₂) e mantenimento della composizione gassosa interna. A contatto con il corpo, l’astronauta indossa una sotto-tuta dotata di un sistema di controllo termico basato su circolazione di fluido, che consente la dissipazione del calore metabolico.

I guanti

I guanti sono realizzati con materiali ad alta resistenza meccanica e compatibili con interfacce touch-screen, mentre l’intera tuta è costruita con materiali ignifughi per garantire protezione in condizioni critiche. Infine, la tuta integra un sistema di sopravvivenza e segnalazione per emergenze, comprendente dispositivi visivi e acustici per il recupero in caso di ammaraggio. L’insieme dei sistemi consente un’autonomia operativa completa fino a sei giorni, garantendo la sopravvivenza dell’astronauta anche in assenza di supporto diretto dal veicolo spaziale.

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