L’esplosione di New Glenn potrebbe fermare Blue Origin per mesi. Analisi delle conseguenze su Artemis, Vulcan e il mercato dei lanci spaziali

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Il 28 maggio 2026 una gigantesca palla di fuoco ha illuminato la costa della Florida. Durante un test statico in preparazione della missione NG-4, il nuovo vettore pesante New Glenn di Blue Origin è esploso sulla rampa di lancio LC-36A di Cape Canaveral, distruggendo il razzo e provocando danni significativi alle infrastrutture di terra. Fortunatamente non si registrano feriti, ma le conseguenze potrebbero andare ben oltre la perdita di un singolo lanciatore. L’analisi pubblicata da Ars Technica nei giorni successivi all’incidente ha definito l’evento potenzialmente “catastrofico” non tanto per il valore economico del veicolo distrutto, quanto per le possibili ripercussioni sull’intero ecosistema spaziale statunitense.

Il vero problema potrebbe essere la rampa del New Glenn

A preoccupare maggiormente osservatori e analisti è infatti lo stato della Launch Complex 36A, attualmente l’unica rampa operativa per New Glenn.

I danni al LC36A dopo l'esplosione del New Glenn del 28 maggio 2026. Credito: Asher B.
I danni al LC36A dopo l’esplosione del New Glenn del 28 maggio 2026. Credito: Asher B.

Le immagini diffuse dopo l’incidente mostrano la distruzione del transporter erector, il collasso di una delle torri parafulmine e danni estesi alle strutture circostanti. Sebbene sarà necessaria un’ispezione completa per valutare l’entità reale del problema, molti esperti ritengono che la ricostruzione potrebbe richiedere molti mesi, se non oltre un anno. Se questa valutazione fosse confermata, Blue Origin si troverebbe improvvisamente senza alcuna infrastruttura disponibile per continuare la campagna di lanci del suo nuovo vettore. Ed è proprio questo l’aspetto che rende l’incidente particolarmente grave.

Effetto domino su Kuiper, NASA e Blue Moon

Negli ultimi mesi New Glenn stava finalmente entrando nella fase operativa. Il razzo era destinato a trasportare una parte significativa della costellazione Project Kuiper di Amazon, il sistema pensato per competere con Starlink nel mercato della connettività satellitare. Ma le conseguenze potrebbero riguardare anche la NASA.

Rappresentazione artistica del lander lunare Blue Moon MK1. Credito: Blue Origin
Rappresentazione artistica del lander lunare Blue Moon MK1. Credito: Blue Origin

Blue Origin è infatti coinvolta in diversi programmi lunari legati ad Artemis, incluso il lander cargo Blue Moon Mark 1, destinato a trasportare materiali e infrastrutture verso la superficie lunare. Un lungo fermo di New Glenn rischierebbe quindi di rallentare non solo i programmi commerciali dell’azienda di Jeff Bezos, ma anche alcune delle future attività lunari americane.

Un problema che arriva nel momento peggiore

L’incidente assume un peso ancora maggiore se osservato nel contesto attuale del settore spaziale statunitense. Da anni Washington cerca infatti di ridurre la dipendenza da un singolo operatore, favorendo la crescita di più fornitori di lanci pesanti. Tuttavia, proprio mentre New Glenn affronta la sua crisi più grave, anche il principale concorrente diretto, Vulcan Centaur di United Launch Alliance, sta attraversando una fase delicata.

I problemi di Vulcan e dei booster GEM-63XL

Durante il secondo volo di certificazione di Vulcan, nell’ottobre 2024, uno dei booster laterali a propellente solido GEM-63XL costruiti da Northrop Grumman perse parte del proprio ugello pochi secondi dopo il decollo.

I detriti dell'ugello di uno dei booster del Vulcan di ULA. Credito: Paul Hennessy/Anadolu via Getty Images
I detriti dell’ugello di uno dei booster del Vulcan di ULA. Credito: Paul Hennessy/Anadolu via Getty Images

L’evento generò una spettacolare pioggia di detriti visibile dalle telecamere di tracciamento. Nonostante il guasto, il razzo riuscì comunque a completare con successo la missione grazie ai margini prestazionali del sistema e all’intervento correttivo dei motori principali BE-4 installati sul primo stadio. L’episodio dimostrò la robustezza del progetto Vulcan, ma costrinse comunque ULA ad avviare un’indagine approfondita insieme a Northrop Grumman. Il problema venne successivamente ricondotto a un difetto interno dell’ugello del booster, ma contribuì a rallentare il percorso di certificazione necessario per le missioni di sicurezza nazionale statunitensi. In altre parole, mentre New Glenn cerca ancora la propria maturità operativa, anche Vulcan non può ancora essere considerato un sistema completamente stabilizzato.

E se il problema fosse nei motori BE-4?

Un altro elemento che gli investigatori dovranno chiarire riguarda l’eventuale coinvolgimento dei motori BE-4.

Il motore BE-4 di Blue Origin e del New Glenn. Credito: Blue Origin
Il motore BE-4 di Blue Origin. Credito: Blue Origin

Se l’esplosione fosse stata causata da un guasto a uno dei sette motori del primo stadio, le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre Blue Origin. Gli stessi BE-4 vengono infatti utilizzati anche da Vulcan. Al momento non esistono indicazioni ufficiali che puntino in questa direzione, ma è uno scenario che inevitabilmente verrà preso in considerazione durante l’indagine.

Blue Origin ha già un piano B?

Proprio la vulnerabilità derivante dall’avere una sola rampa operativa aveva spinto Blue Origin ad avviare da tempo studi per nuove infrastrutture. Alcune autorizzazioni FAA e documenti emersi negli ultimi mesi sembrano indicare la realizzazione di una seconda area di lancio nell’area di LC-36B, adiacente all’attuale complesso. Le autorizzazioni parlano della costruzione di una nuova torre ombelicale alta circa 150 metri e di una nuova torre parafulmine da oltre 180 metri, elementi che molti osservatori interpretano come la nascita di una seconda rampa dedicata a New Glenn.

Se confermato, questo progetto potrebbe ora diventare una priorità assoluta. Parallelamente continua a circolare da tempo anche l’ipotesi di una futura presenza di New Glenn sulla costa occidentale degli Stati Uniti, presso la base spaziale di Vandenberg, in California. Una soluzione che consentirebbe a Blue Origin di aumentare la flessibilità operativa e ridurre la dipendenza da un singolo sito di lancio. Tuttavia si tratta di progetti che richiedono anni di lavoro e che non possono risolvere l’emergenza attuale.

Una lezione che ricorda SpaceX

La storia dell’astronautica insegna che incidenti di questo tipo non segnano necessariamente la fine di un programma. Nel 2016 SpaceX perse un Falcon 9 durante la preparazione del lancio del satellite Amos-6, danneggiando gravemente la rampa SLC-40.

L'esplosione sulla rampa di lancio LC40 del Falcon 9 con il satellite Amos 6. Era il 2016. Credito: Uslaunchreport.com
L’esplosione sulla rampa di lancio LC40 del Falcon 9 con il satellite Amos 6. Era il 2016. Credito: Uslaunchreport.com

Molti osservatori parlarono allora di un duro colpo per l’azienda di Elon Musk. Eppure pochi mesi dopo i voli ripresero regolarmente. La differenza è che SpaceX disponeva già di più rampe operative e di una cadenza di lancio consolidata. Blue Origin oggi si trova invece in una posizione molto diversa.

Il ritorno della filosofia del lanciatore modulare

C’è poi una riflessione che questa vicenda suggerisce quasi inevitabilmente. Negli ultimi anni il successo del sistema Falcon ha portato molti osservatori a considerare la modularità come una soluzione quasi ovvia. In realtà si tratta di un concetto che affonda le proprie radici in decenni di storia dell’astronautica.

Lanciatori modulari: Falcon 9 e Falcon Heavy. Credito: SpaceX
Lanciatori modulari: Falcon 9 e Falcon Heavy. Credito: SpaceX

L’idea è quella di sviluppare un modulo base affidabile e utilizzarlo come elemento costruttivo per una famiglia completa di lanciatori. È esattamente ciò che SpaceX ha realizzato con Falcon 9 e Falcon Heavy, dove tre primi stadi quasi identici vengono combinati per creare un vettore capace di operare nel segmento dei lanci pesanti. Ma il concetto è molto più antico.

Già negli anni Settanta, sia Valentin Glushko sia Vladimir Chelomej immaginavano famiglie di vettori basate su moduli comuni. Lo stesso Energia nacque seguendo questa filosofia, utilizzando i booster laterali come elementi autonomi all’interno di diverse configurazioni. Successivamente la Russia avrebbe ripreso lo stesso approccio con la famiglia Angara, progettata attorno agli Universal Rocket Module (URM), moduli capaci di essere impiegati singolarmente oppure combinati in gruppi per ottenere prestazioni differenti. La modularità offre vantaggi evidenti: riduce i costi di sviluppo, semplifica la produzione, consente di accumulare esperienza operativa sullo stesso hardware e permette di distribuire i rischi su un numero molto maggiore di missioni.

Osservando le difficoltà incontrate oggi da New Glenn e Vulcan, entrambi progettati come vettori di grandi dimensioni ma sostanzialmente monolitici, viene spontaneo chiedersi se il successo di Falcon 9 e Falcon Heavy non stia confermando ancora una volta la validità di un’idea che gli ingegneri sovietici avevano intuito molti decenni fa. Naturalmente non esiste una soluzione perfetta. Tuttavia, a metà degli anni Venti del XXI secolo, il sistema Falcon rappresenta di fatto l’unica famiglia di lanciatori pesanti capace di coniugare elevata affidabilità, alta frequenza di volo e sostenibilità economica.

L'esplosione del New Glenn del 28/5/2026. Credito: NextSpaceflight
L’esplosione del New Glenn del 28/5/2026. Credito: NextSpaceflight

Conclusioni

Forse è ancora presto per stabilire quali saranno le reali conseguenze dell’esplosione di New Glenn. Le indagini sono appena iniziate e Blue Origin ha già dimostrato in passato di possedere le risorse economiche e tecniche necessarie per superare momenti difficili. Tuttavia una cosa appare già evidente: il problema non riguarda soltanto un razzo andato perduto sulla rampa. Riguarda la capacità dell’industria spaziale americana di costruire un sistema di accesso allo spazio realmente diversificato, nel quale più operatori possano garantire continuità operativa e ridondanza strategica. Ed è forse proprio questo il motivo per cui l’incidente di New Glenn sta suscitando tanta attenzione ben oltre i confini di Blue Origin.

Fonti: