Dentro la Grande Piramide di Cheope: cosa ci raccontano le pietre, la fatica degli operai e le scoperte della fisica moderna, tra fatti certi e misteri ancora aperti.

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Oggi, la Grande Piramide di Giza non è solo un monumento antico. Grazie alle nuove tecnologie, gli scienziati la stanno studiando come mai prima d’ora. Dopo secoli di ricerche, studi e domande senza risposte, stiamo scoprendo nuovi segreti e dettagli che ci aiutano a capire meglio quanto fosse straordinaria questa costruzione, che ancora oggi, resta la struttura più complessa lasciata dall’Antico Regno.

Khufu e la centralizzazione del potere

La piramide fu commissionata da Khufu (noto ai greci come Cheope), secondo sovrano della IV dinastia, che regnò (approssimativamente) tra il 2589 e il 2566 a.C. Contrariamente alla visione ottocentesca, la costruzione non fu un banale atto di vanità, ma il culmine di un processo di centralizzazione iniziato con suo padre Snefru.

L’architetto Hemiunu, nipote del faraone, progettò la piramide sull’altopiano di Giza non solo come tomba, ma come “Akhet Khufu”, ovvero un punto di incontro tra il potere terreno e i cicli celesti. La stabilità politica ed economica dell’Egitto dell’Antico Regno, fu la vera “tecnologia” che permise di mobilitare risorse per oltre vent’anni.

Che cosa sappiamo davvero della Grande Piramide di Cheope e cosa ci resta da scoprire?
Statuetta di Khufu (Cheope) al The Egyptian Museum (Cairo).

La fine del mito schiavista

Per decenni, si è immaginato e raccontato, di migliaia di schiavi costretti ai lavori forzati. Le prove archeologiche emerse dagli scavi di Mark Lehner, presso l’altopiano di Giza, hanno ribaltato questa prospettiva, facendoci rivalutare la storia così come c’è stata insegnata a scuola. È stata riportata alla luce una vasta “città dei lavoratori”, chiamata Heit el-Ghurab, capace di ospitare circa 20.000 persone.

I resti organici trovati nelle discariche dell’insediamento mostrano che questi lavoratori consumavano quotidianamente grandi quantità di carne bovina, pane e birra, una dieta sicuramente non compatibile con la vita di uno schiavo.

Anche le analisi osteologiche raccontano una storia diversa: gli scheletri di operai mostrano segni di fratture agli arti curate con successo e perfettamente ricalcificate. Questo indica l’esistenza di un sistema di assistenza medica organizzato dallo Stato. Si trattava di manodopera salariata o soggetta a corvée (tassazione tramite lavoro), che partecipava al progetto con un senso di appartenenza civica o religiosa. Non frustata e torturata per trascinare blocchi enormi.

Un’illustrazione di operai che lavorano alla costruzione delle piramidi

Gestire 2,3 milioni di blocchi: com’è stato possibile?

​La piramide è composta da circa 2,3 milioni di blocchi di pietra calcarea (per il nucleo) e granito (per le camere interne), con un peso medio di 2,5 tonnellate, arrivando fino alle 80 tonnellate dei monoliti che formano il soffitto della Camera del Re. La cava di calcare si trovava a poche centinaia di metri, mentre il granito proveniva da Assuan, distante oltre 800 chilometri, trasportato grazie al Nilo.

Un dettaglio spesso ignorato è la tecnica di trasporto a terra. Uno studio dell’Università di Amsterdam ha dimostrato che bagnando la sabbia con la giusta quantità d’acqua si dimezza l’attrito delle slitte di legno. Non servivano tecnologie perdute o enormi navi madre aliene in grado di spostare oggetti pesantissimi. Insomma: “datemi una leva e vi solleverò il mondo”, per citare un certo Archimede.

La precisione dell’edificio rimane comunque, in ogni caso, un dato tecnico impressionante. L’allineamento dei lati con il Nord geografico presenta un errore medio di appena 3 minuti d’arco (circa 0,05 gradi), mentre le quattro facce non sono perfettamente piane ma leggermente concave verso l’interno. Questo fenomeno visibile durante gli equinozi, potrebbe essere un accorgimento strutturale per aumentare la stabilità del rivestimento esterno o una semplice scelta estetica.

Archeoastronomia e spiritualità

L’interno della struttura si differenzia da ogni altra piramide egizia. Dalla Camera del Re e dalla Camera della Regina si dipartono quattro stretti canali, lunghi decine di metri e larghi appena 20 centimetri. Poiché erano originariamente chiusi alle estremità, la funzione di ventilazione è stata esclusa.

Negli anni ’60 e successivamente con gli studi di Alexander Badawy e Virginia Trimble, si è notato che questi condotti puntavano verso zone specifiche del cielo (di quegli anni). ll canale nord della Camera del Re mirava a Thuban (l’allora stella polare nella costellazione del Dragone), mentre quello sud puntava alla Cintura di Orione (associata al dio Osiride).

A causa della precessione degli equinozi, oggi questi allineamenti non sono più validi, ma all’epoca della costruzione permettevano all’anima del faraone di “agganciarsi” simbolicamente alle stelle.

La scoperta del “Big Void”

Il 2017 ha segnato uno spartiacque nella storia dell’esplorazione di Giza. Il progetto internazionale ScanPyramids, guidato da Mehdi Tayoubi e Kunihiro Morishima, ha utilizzato la muografia per analizzare la densità interna del monumento. I muoni sono particelle elementari prodotte dall’interazione dei raggi cosmici con l’atmosfera: piovono costantemente sulla Terra e sono in grado di attraversare la roccia, ma vengono parzialmente assorbiti in base alla densità del materiale.

Piazzando rilevatori di muoni attorno e dentro la piramide, il team ha identificato un’importante anomalia. I risultati hanno confermato l’esistenza di una cavità lunga almeno 30 metri situata sopra la Grande Galleria. Denominata “Big Void“, questa struttura non ha accessi noti. La sua potrebbe essere una camera di scarico statica, necessaria per proteggere la Grande Galleria dal peso sovrastante, oppure una sezione della piramide ancora intatta e sigillata o magari… chissà.

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La ricostruzione 3D realizzata dalla missione ScanPyramids mostra una struttura interna nascosta nella Piramide di Cheope. (Crediti: Nature Publishing Group / AFP – Getty Images)

E se nel Big Void ci fosse “un trono di ferro” ?

L’assenza di accessi al Big Void impedisce l’ispezione visiva, lasciando spazio alle ipotesi interpretative. Giulio Magli, direttore del Dipartimento di Matematica del Politecnico di Milano, ha proposto una lettura basata sui testi delle piramidi. Questi scritti religiosi descrivono il viaggio del faraone verso il nord celeste, affermando che egli siederà su un “trono di ferro”.

È fondamentale ricordare che nell’Antico Regno il ferro non era estratto, ma raccolto dai meteoriti (ferro meteoritico). Gli egizi lo chiamavano Bja e vedendolo schiantarsi con tale violenza, arrivando dal cielo, lo consideravano un materiale divino. Il pugnale di Tutankhamon dimostra l’uso cerimoniale di questo metallo. Secondo Magli, il Big Void potrebbe ospitare un oggetto simbolico, forse proprio quel trono o un supporto in materiale meteoritico, funzionale all’ascensione dell’anima attraverso i condotti settentrionali.

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Il pugnale di Tutankhamon, creato utilizzando il ferro dei meteoriti.

Due dei punti da sempre più dibattuti: acustica e ingegneria

Oltre all’archeologia accademica, esistono correnti di pensiero e di ricerca che si concentrano sulle proprietà fisiche della struttura. La Camera del Re, costruita interamente in granito rosa, possiede particolari proprietà di risonanza acustica. Alcuni ingegneri e ricercatori indipendenti, come Christopher Dunn, hanno ipotizzato che la piramide potesse funzionare come una macchina o una centrale energetica, sfruttando le presunte proprietà piezoelettriche del quarzo contenuto nel granito.

Proprio sul granito si aprirebbe anche una domanda: come hanno fatto a lavorare una pietra così dura? Il granito è difficilissimo da tagliare, anche per noi con le tecnologie moderne. È una cosa che rende ancora più incredibile quello che hanno costruito nella piramide.

Tornando a noi, è necessario distinguere i fatti dalle speculazioni (per quanto spesso e volentieri ci facciano sognare). Sebbene le anomalie acustiche siano misurabili, quindi sì, sono reali, non è mai stata trovata alcuna traccia archeologica di componenti meccaniche, cavi, conduttori chimici o segni di usura industriale che supportino l’idea di una “centrale”. Gli scienziati quindi interpretano la risonanza come un effetto voluto per amplificare le liturgie sacre, piuttosto che per generare elettricità.

​Prospettive future: esplorazione non invasiva

L’epoca delle esplorazioni distruttive ( come quelle condotte nell’Ottocento dal colonnello Howard Vyse che usò la polvere da sparo per aprirsi varchi) è terminata, per fortuna anche. Il futuro della ricerca a Giza è vincolato all’etica della conservazione di un passato incredibile e affascinante, ancora tutto da scoprire e ammirare.

Le nuove tecnologie, inseribili attraverso fori incredibilmente piccoli, potrebbero un giorno esplorare le cavità sigillate fluttuando al loro interno, permettendoci di guardare dove nessuno ha posato lo sguardo da quattro millenni e mezzo, senza danneggiare irrimediabilmente nemmeno una pietra, di un monumento che ancora oggi, coinvolge generazioni di appassionati ed esperti.

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