Più che con l’immunità di gregge, un punto di svolta verso la fine della pandemia potrebbe arrivare quando il Covid-19 potrà essere gestito come una malattia endemica. Gli scienziati guardano al passato per trovare risposte.

Era l’11 marzo 2020 quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità annunciava la pandemia globale da Covid-19. Ci stiamo quindi avvicinando al traguardo di un anno e mezzo dell’esperienza collettiva mondiale con il coronavirus ed è assolutamente normale chiedersi quando e come tutto questo finirà.

Una mappa con i focolai da coronavirus, durante la pandemia. Credit: Martin Sanchez (unsplash)

Avrebbe potuto esserci una piccola possibilità di fermare la diffusione di SARS-2 e riportarlo in natura, come già successo con suo cugino, il SARS-1. Con l’arrivo dei vaccini abbiamo iniziato a sperare che il Paese avesse una velocità di fuga sufficiente per uscirne, invece ci si sono messe le varianti ad allungare i tempi. In pochi avrebbero potuto prevedere che il Delta, secondo alcune stime mille volte più potente delle precedenti versioni del virus, avrebbe iniziato la sua ascesa all’inizio di luglio. Adesso siamo in piena quarta ondata e tutto il mondo sta di nuovo affrontando la spirale pandemica. Che, con ogni probabilità, non si è mai davvero fermata, finora.

Ma perché ci ritroviamo di nuovo alle prese con regioni colorate e possibili nuove restrizioni all’orizzonte?

Un po’ perché siamo caduti preda degli stessi istinti autodistruttivi dell’anno scorso. Di quel “liberi tutti” estivo che ha fatto lievitare i contagi, nell’estate 2020. Un po’ perché i vaccini ci avevano fatto credere che il peggio fosse alle spalle e che saremmo tutti potuti tornare a fare la vita del 2019. Siamo inciampati, insomma, nella trappola della normalità. Il presidente americano Biden, a maggio, tenne un discorso che sembrava una dichiarazione di vittoria, dopo che il comitato tecnico-scientifico degli Stati Uniti aveva messo fine all’obbligo delle mascherine al chiuso per i vaccinati. A quattro mesi di distanza, aumentano casi e ricoveri, le mascherine sono tornate anche indoor e all’orizzonte c’è la riapertura delle scuole e delle Università. Un problema, quest’ultimo, con cui ci prepariamo a fare i conti anche in Italia.

In più, molte persone hanno sottovalutato l’indice di trasmissibilità della variante Delta. Basti pensare che il coronavirus SARS-CoV-2 originale aveva un indice di riproduzione di base da 2 a 3. Questo significa che ogni persona poteva infettarne due o tre. Quello del Delta è compreso fra 5 e 9. In pratica molte persone che hanno contratto il virus originale non l’hanno passato a nessuno, ma la maggior parte di quelli che hanno contratto il Delta hanno creato dei veri e propri focolai. Questo spiega perché i casi sono aumentati così rapidamente, durante il corso di quest’estate, ma significa pure che il virus farà quasi certamente parte della nostra vita anche in futuro, nonostante le vaccinazioni ne riducano i casi di morte e i sintomi più gravi.

Quando potrà dirsi sconfitta la pandemia?

Diciamo subito che una pandemia è, per definizione, una crisi di livello globale e finché il coronavirus non sarà sotto controllo o che comunque la sua diffusione non sarà limitata, non potremmo considerarci fuori dall’emergenza. Questo vuol dire che una dichiarazione da parte dell’Oms di “fine pandemia” è ancora lontana. Ma la verità è che le pandemie finiscono sempre. Il problema è che fino ad oggi i vaccini non hanno giocato quel ruolo significativo che ci si sarebbe aspettati nel porvi fine.

Questo non significa che non siano fondamentali per diminuire il numero di morti da Covid-19. Se ci pensate, non c’erano vaccini antinfluenzali nel 1918, quando il mondo non sapeva ancora che l’influenza spagnola era stata causata da un virus, l’H1N1. E nemmeno nel 1957, quando la pandemia di H2N2 sconvolse il mondo: anche in quel caso il vaccino antinfluenzale era uno strumento riservato ai militari. Nella pandemia del 1968, attraverso la quale il mondo conobbe l’H3N2, gli Stati Uniti produssero quasi 22 milioni di dosi di vaccino, ma quando ci furono abbastanza dosi per tutti, il peggio era ormai passato e la domanda si placò. Quel fenomeno di “troppo poco e troppo tardi” si è ripetuto anche nel 2009, quando finalmente siamo riusciti a produrre centinaia di milioni di dosi di vaccino H1N1. Anche in quel caso molti Paesi addirittura annullarono i loro ordini perché avevano finito per non averne più bisogno.

Volontari della Croce Rossa fabbricano mascherine, nel 1918. Credit: New York Times.

Come sono finite queste pandemie?

I virus non sono di certo scomparsi: pensate che un discendente del virus dell’influenza spagnola (l’attuale H1N1) circola ancora oggi, così come l’H3N2. Neanche gli esseri umani hanno sviluppato la cosiddetta immunità di gregge nei loro confronti, fenomeno secondo il quale un agente patogeno smette di diffondersi se tante persone sono protette contro di lui. La verità è che i virus che hanno causato queste pandemie hanno subìto una sorta di transizione. O meglio, il nostro sistema immunitario ha imparato a riconoscerli al punto da respingerne subito le manifestazioni più gravi. Umani e virus hanno raggiunto, quindi, una distensione immunologica. Invece di causare veri e propri tsunami di malattie devastanti, col tempo, i virus sono arrivati a innescare piccole ondate di malattie più lievi. L’influenza che prima era pandemica è diventata stagionale e i virus sono diventati endemici.

Gli scienziati prevedono che ci saranno abbastanza vaccini per tutto il pianeta entro la fine del 2023. Ma un punto di svolta più realistico potrebbe arrivare non quando verrà raggiunta l’immunità di gregge, ma quando il Covid-19 potrà essere gestito come una malattia endemica. Il rischio più grande, in questo caso, sarebbe l’insorgere di una nuova variante più trasmissibile, o in grado di infettare le persone che sono state vaccinate.

Cosa ci insegna la storia

L’esperienza delle ultime quattro pandemie potrebbe far pensare che i virus si trasformino tutti da patogeni pandemici a fonti patogene endemiche entro un anno e mezzo o due dall’emergere. Il fatto è che quelle pandemie erano influenzali. Un diverso agente patogeno potrebbe quindi significare un diverso schema. Alcuni studiosi sostengono che questa pandemia sia più simile a quella del 1889, conosciuta anche come “influenza russa”, che in effetti potrebbe essere stata causata da uno dei coronavirus umani, l’OC43. Si ritiene che provenisse dai bovini e che sia poi passato all’uomo alla fine del 1800, ma siamo nel campo della teoria. In quanto tali, però, le pandemie influenzali sono quanto di più vicino a quella attuale che abbiamo. Sono una sorta di roadmap che ci consente di fare alcune previsioni circa la fine di questo incubo.

Tra l’altro pandemie di questo tipo saranno sempre più frequenti e probabili, secondo uno studio condotto dall’Università di Padova. La frequenza con cui nuove malattie epidemiche si trasmettono dagli animali all’uomo è aumentata negli ultimi anni a causa dei cambiamenti ambientali antropogenici: anche la deforestazione, come la riforestazione, possono contribuire alla diffusione di malattie che passano dagli animali all’uomo.

Letti d’ospedale in una palestra in Svezia, nel 1957. Credit: The New York Times.

Cosa possiamo fare per avvicinarci alla fine della pandemia

Una delle cose che gli esperti suggeriscono di fare è vaccinare quante più persone possibili, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito, e non solo per ragioni umanitarie, ma perché strategicamente è da lì che verranno le varianti. Ma anche dopo che la maggior parte del mondo sarà vaccinata, il virus non scomparirà. Il meglio che possiamo sperare è che diventi un’infezione che possiamo controllare e prevenire, come facciamo con la poliomielite, il morbillo, la varicella e altre malattie contagiose prevenibili con i vaccini.

Insomma, la fine della pandemia non sarà quest’anno, e nemmeno il prossimo. Ma ad un certo punto, nel 2023, la vita potrebbe tornare come prima.

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