La spedizione nello Stretto di Fram ha mappato emissioni attive a 2.700 metri di profondità. Le prime analisi indicano che il gas si forma per reazione chimica diretta tra acqua e roccia, senza l’intervento di organismi viventi.
Siamo abituati ad associare il metano alla vita: decomposizione di materia organica, batteri, antiche foreste trasformate in gas. Ma esiste una via alternativa, silenziosa e puramente chimica, con cui il pianeta può generare questo idrocarburo.
Nelle gelide acque dello Stretto di Fram, tra la Groenlandia e le Svalbard, il team della spedizione EXTREME25 a bordo della nave Kronprins Haakon ha trovato una traccia importante di questo processo. Non serve l’azione dei batteri o la fermentazione biologica: a volte bastano acqua e roccia che interagiscono nel buio.
Una finestra sul mantello terrestre
A 2.700 metri di profondità, il robot guidato da remoto ROV ÆGIR 6000 ha esplorato una zona geologicamente particolare, un “Oceanic Core Complex“. Qui la crosta terrestre si è lacerata, lasciando affiorare direttamente le rocce del mantello (peridotiti).
È in questo scenario che i ricercatori hanno individuato il Frigg Vent Field, un’area estesa di emissioni idrotermali attive.
Non si tratta di una scoperta solo visiva: la conferma della presenza di gas nei fluidi è arrivata grazie all’utilizzo in situ del sensore SAGE, che ha rilevato anomalie significative nelle concentrazioni.

L’ipotesi della serpentinizzazione
Perché questa scoperta è diversa dalle altre? Per la natura del fondale.
I dati preliminari suggeriscono che il metano rilevato sia di origine abiotica. L’ipotesi più solida è che derivi dalla serpentinizzazione: una reazione geochimica in cui l’acqua di mare, penetrando nelle fratture e reagendo con le rocce del mantello, genera idrogeno e metano.
Come però sottolineano i ricercatori, per confermare definitivamente l’assenza di un contributo biologico serviranno complesse analisi isotopiche e molecolari sui campioni prelevati, che verranno svolte nei laboratori a terra.

Un laboratorio naturale (anche per lo spazio)
Al di là della conferma finale, il sito è cruciale. Non parliamo di gas che influenzerà il meteo in superficie (rimane confinato negli abissi), ma di un tassello fondamentale per comprendere il ciclo del carbonio profondo.
Questo sistema offre anche un modello di studio eccezionale per l’astrobiologia. Se la Terra può produrre energia chimica (idrogeno e metano) solo tramite interazione acqua-roccia, è plausibile che lo stesso meccanismo sostenga potenziali ecosistemi sulle lune ghiacciate come Encelado ed Europa.
Quello che succede sul fondo dell’Artico è uno dei modi più diretti che abbiamo per osservare come il nostro pianeta produce energia chimica. Un processo antico, silenzioso e ancora poco conosciuto.
Per saperne di più:
CNR (2025). “Un team internazionale di ricerca scopre una potenziale sorgente di metano abiotico nell’Oceano Artico”
